Durante la II guerra mondiale Napoli fu la città italiana che subì più bombardamenti.
L’obiettivo principale degli angloamericani era il porto ma le incursioni aeree devastarono anche la città con il chiaro intento di fiaccare il morale degli abitanti.
I morti civili accertati furono oltre 30.000. Una vera strage che però non trova alcuno spazio nella memoria e nel ricordo delle tante celebrazioni storiche. La sensazione è che quei morti debbano essere dimenticati per non offendere il tanto celebrato eroismo degli “alleati”.
I bombardamenti sulla popolazione civile di Napoli sono una delle pagine più buie delle “imprese” alleate. Seconda solo alla distruzione della città di Dresda in Germania che causò quasi centomila vittime.
Napoli, 4 agosto 1943. Le campane di Santa Chiara non suonano più. Quel giorno le bombe sganciate dagli aerei “alleati” devastarono il centro storico, ridussero in macerie il complesso monumentale più prezioso della città, e uccisero migliaia di civili. Il bilancio reale è stato volutamente sfumato nella nebbia della “liberazione”: oltre 30.000 napoletani persero la vita durante i bombardamenti angloamericani, ma non esiste una targa, una lapide, un nome inciso nel marmo a ricordarli.
Si celebrano anniversari di liberazioni costruite a tavolino, si intitolano strade ai generali stranieri, ma non una parola viene mai spesa per le vittime napoletane dell’alleato “liberatore”. Un doppio oltraggio: al dolore e alla verità.
Quel giorno a Santa Chiara non c’erano truppe tedesche. Solo fedeli, frati, turisti e popolazione in fuga dai quartieri già colpiti. Eppure, l’area fu colpita con ferocia chirurgica. Non fu un errore. Fu una scelta.
L’oblio come strategia politica
Col tempo, il bombardamento è stato ridotto a “danno collaterale” della guerra giusta, la stessa guerra che oggi viene venduta come matrice di tutte le libertà moderne.
Oggi ci si riempie la bocca di parole come democrazia, Europa, libertà. Ma se queste parole devono passare sulla rimozione storica di 30.000 morti, allora forse è il caso di rimettere mano ai libri di storia.
CampoSud non dimentica. E continuerà a ricordare anche quando il silenzio è diventato complice.

