L’ ITALIA E’ CAMPIONE D’EUROPA DI CALCIO : IT’S COMING HOME !!!

Alla fine siamo Italiani. Ci piace mangiare bene e bere buon vino, ci piacciono le donne e lo facciamo meglio di tutti. Vestiamo bene e gesticoliamo quando parliamo. In Italia il calcio è sport nazionale e ognuno è calciofilo. Non esiste Italiano la cui vita, direttamente o indirettamente, non sia (stata) condizionata da undici uomini in mutande che prendono a calci un pallone. Saranno vecchi cliché, ma noi siamo questo. Non solo questo ma siamo anche questo. E ne siamo orgogliosi. Lo si è visto nei festeggiamenti di piazza, nell’euforia della vigilia e del post partita, negli sfottò perenni che finiscono per essere tratti distintivi, identificativi e, per certi versi, pure qualificativi.
Ma come, la piazza in un momento come questo? Sì, la piazza quale luogo di assembramento, così perfetto da prestarsi a contagi e cat-calling carpe diem dicono quelli affacciati dall’attico così alto che l’unica cosa che si vede è lo scintillio dei Rolex sbrilluccicanti. La piazza ora e non quando vi rubano i diritti, dicono quelli che controllano il bonifico dal divano e rassicurano gli altri che andrà tutto bene.
Suvvia, siamo adulti e vaccinati – si fa per dire – e questa gente in piazza non c’è stata nemmeno quando rubavano il futuro ai propri figli o vedevano in mutande il ristoratore di fiducia o la partita IVA amica con cui barattavano volentieri la fattura in cambio dello sconto.
La piazza stavolta è da vietare perché fa paura, ma fa paura agli arcobalenisti il cui grido di bella ciao può essere suonato alla distanza sociale, alla mascherina senza senso, all’assembramento, all'(a)socialità che tentano di imporre.
Fa paura la Canzone degli Italiani, cantata a squarciagola da tanti tifosi prima della partita e poi in piazza come festeggiamento. Tu chiamala, se vuoi, unità!
Fa paura perché hanno dovuto dire ai giornalisti che è meglio parlare della compagna di Bonucci che lo aspetta a… braccia aperte piuttosto di come i calciatori della Nazionale italiana siano presi a modello per il modo in cui cantano l’Inno d’Italia. Giammai! I calciatori sono i primi “influencer” e se lanciassero la moda dell’inno… bella ciao ciao ciao.
Già questa cosa che il calcio è uno sport di squadra e che Mancini ha creato il gruppo, la coesione, la squadra appunto è una cosa pericolosa. Non ci sono state riserve, ma solo titolari aggiunti, non ci sono state prime donne, ma solo uomini pronti a sacrificarsi, nessuno di loro che abbia pronunciato la magnifica parola IO, ma un napoletanaccio precario che nel momento della vittoria ha indossato la maglia di un loro compagno di squadra infortunato. Allora meglio attaccarla questa squadra! Squadra razzista perché non c’è un solo calciatore nero/scuro/di colore (politically correct uno e trino imperante): chissà se hanno mai pensato che i colori della pelle diverso dall’originale è frutto di un colonialismo che l’Italia vivaddio non ha mai messo in atto. La divisa che non divide, ma che rende tutti uguali disegnata da un artista la cui griffe è rappresentata da un’aquila: obbrobrio! Allora omologhiamoli, facciamoli inginocchiare, anche se la loro fortuna sono i piedi e non la testa. Non condividono? Me ne frego! Lo facciano per solidarietà verso gli altri. Così fan tutti. Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi… inginocchiatevi ad un avversario temibile e forte perché frutto del valore multietnico. Ma questa trovata della forza del meticciato è una cagata pazzesca e questo gruppo funziona, questa Italia vince e convince. Piace. Allora non va seguita, se non a rischio covid. Nella terra che ha il più alto numero di vaccinati. Dove il fattore campo può far sperare ed esasperare. Allora meglio non dar voce a questa Nazionale il cui telecronista ufficiale è contagiato dal Covid, benché vaccinato.
Vaccini, tamponi, contagi che questo europeo, a torto o a ragione, ha messo da parte almeno per un mese, a danno e beneficio della realtà. Quella realtà che ha voluto le piazze piene e gli assembramenti solidali per la morte di Maradona, per la vittoria della Coppa Italia a Napoli o per lo scudetto a Milano, senza che ci sia stata se non una strage, nemmeno un focolaio. File non tanto differenti da quelle chilometriche e durature agli hub vaccinali o in attesa di vedere il feretro contenente solo il corpo del personaggio famoso che è stato e che, sebbene presente, non è più.
Concetti, pensieri e teorie che non c’entrano nulla col calcio? Questo è il campionato europeo più politicizzato di sempre, dove tutto si mischia, si imbastardisce e si contagia col pensiero unico e colorato dell’united colors rosso-arancione-giallo-verde-azzurro-blu-indaco. Persino lo stadio. Panem et circenses? Sì, panem et circenses: dopotutto siamo la Magna Grecia dove le olimpiadi sospendevano anche le guerre. Allora ben vengano le piazze stracolme e gioiose, benedetto siano coloro che intonano Mameli che finalmente è conosciuto. Per fortuna che ci siamo inventati tifosi per riscoprirci patriottici. Forza sovranismo e viva l’orgoglio patrio.
Chi vuol essere lieto sia, di doman non v’è certezza è l’elisir per sentirsi vivi e per rinascere, per esorcizzare paure e negatività come dimostrano le piazze di Napoli e Milano. “It’s coming home”, li abbiamo mandati a casa. Restate pure a casa stavolta lo diciamo con gioia. Ma vicino a questa Nazione e alla sua Nazionale………….. signori, tutti in piedi!!