RIUSCIRA’ IL PREMIER DRAGHI A “PRE-PENSIONARE” DOMENICO ARCURI ??

RESOCONTO DI UNA CARRIERA SFOLGORANTE DI UN MANAGER DI STATO TRA PRESENZIALISMO ESASPERATO, INDUBBIE CAPACITA’ GESTIONALI E IMPORTANTI AMICIZIE POLITICHE.

 

 

Ma chi é  e come si affaccia così prepotentemente alla ribalta delle grandi aziende pubbliche del nostro Paese Domenico Arcuri?

Calabrese della Provincia di Reggio, 58 anni, Arcuri completa i suoi studi universitari in Economia presso la Luiss “Guido Carli” di Roma e inizia subito, negli anni 80,  la sua carriera presso L’IRI (Istituto per la ricostruzione Industiale) fondato nel 1933 per volere espresso di Benito Mussolini, al fine di consentire all’Italia di poter avere una sua politica industriale. Autorevole, efficace e pronta a competere con le grandi potenze economiche e industriali del mondo negli anni del primo dopoguerra e all’indomani della “grande depressione” scoppiata nel 1929 negli Stati Uniti e propagatasi in tutti i paesi più avanzati e industrializzati del tempo.

All’IRI Arcuri ce lo porta Romano Prodi, insieme ad un gruppo di altri giovani e promettenti neo laureati della Luiss e vi rimane sino al 1986. Pochi anni prima che l’IRI entrasse in crisi e fosse posta in liquidazione proprio da Romano Prodi. (1990)

Inizia poi un periodo di attività da libero professionista, specializzandosi nelle  Consulenze per varie aziende e multinazionali operanti nel nostro Paese: dal Gruppo Arthur Andersen alla Deloitte, ove divenne Amministratore Delegato nel 2004.

Acquisite conoscenze professionali e competenze certamente uniche in ordine alle realtà produttive pubbliche e private del mercato nazionale, nel 2007, ancora una volta Romano Prodi all’epoca Presidente del Consiglio, lo chiama alla guida di “Sviluppo Italia” nella qualità di Amministratore Delegato con pieni poteri. Ciò soprattutto nell’ambito del rilancio dello sviluppo industriale italiano e dell’attrazione degli investimenti esteri nel tessuto produttivo nazionale, a partire dal Mezzogiorno e nelle aree depresse del paese.

Sviluppo Italia, Società al 100 per cento pubblica controllata dall’allora Ministero delle Attività Produttive, era stata istituita con Decreto Legislativo n. 1 del Gennaio 1999 a firma del Presidente del Consiglio Massimo d’Alema. Ma già nel 2007, data della nomina di Arcuri, Sviluppo Italia faceva denotare gravi lacune organizzative e di gestione che portarono in breve la compagine societaria ad una sua completa riforma, attuata dal  governo attraverso il dettato della Legge Finanziaria del 2007. Sviluppo Italia chiudeva dunque i battenti e nasceva dalle sue ceneri la nuova “Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo di Impresa S.p.A” (INVITALIA) che mantenne e mantiene tutt’ora Arcuri nel ruolo di Amministratore Delegato.

L’opera di “risanamento ed efficientamento”, propedeutica al lancio della nuova Società, fu compiuta da Arcuri in maniera efficace partendo dal taglio del personale ex Sviluppo Italia (poco produttivo e preparato, troppo spesso frutto di assunzioni clientelari anche imbarazzanti….) e dalla riduzione drastica delle sedi periferiche nei capoluoghi di Regione. Tuttavia c’é da dire che l’azione di Invitalia, nell’ambito delle attività di Istituto, risulta tutt’ora piuttosto deficitaria, soprattutto in ordine alla risoluzione di talune crisi industriali ancora aperte dopo anni di studi, analisi, progetti e proposte buttate sui tavoli del Ministero con enfasi e trionfalismo, ma mai concretamente decollate.

E’ il caso di diverse e importanti aziende italiane in crisi “affidate alle cure” di Invitalia e che attendono tutt’ora un piano definitivo di recupero delle funzioni produttive e il mantenimento dei livelli occupazionali : dallo stabilimento FIAT di Termini Imerese in Sicilia, alla fabbrica di autoveicoli per il trasporto pubblico BREDA-MENARINI di Bologna; dalla EMBRACO di Riva di Chieri in Piemonte, specializzata nella realizzazione di frigoriferi, alla IRIBUS, altro sito industriale per la produzione di autobus, nella Valle dell’Ufita in alta Irpinia; dalla BEKAERT di Figline Val d’Arno, specializzata in componenti metallici per pneumatici, alla fabbrica di alluminio ALCOA a Portovesme nel sud est della Sardegna e, ancora, tante altre aziende in crisi “scaricate” su Invitalia dai “Tavoli di Crisi” aperti ripetutamente e sempre inutilmente presso il Ministero dello Sviluppo Economico. (Campo Sud si é più volte occupato di questi temi, evidenziando le inconsistenti risposte del MISE fornite ai sindacati dei lavoratori in ogni occasione di crisi aziendale nel nostro Paese!)

Uno degli errori più gravi commessi da Arcuri é stato, a nostro avviso, quello di farsi carico a cuor leggero di troppi “casi disperati” nel panorama così drammatico di crisi economico-finanziaria che ha investito e coinvolto l’intera economia europea in questi ultimi anni (senza contare la drammaticità attuale prodotta dalla epidemia di Coronavirus). Sete di protagonismo, piuttosto che necessità di convincere delle proprie capacità manageriali i diversi “manovratori” di Stato incontrati in questo lungo tempo passato alla guida di una delle più importanti Società partecipate dalle Stato, hanno determinato un pauroso ritardo, per non dire il fallimento, dei progetti di riconversione industriale e di rilancio occupazionale per tantissimi siti industriali strategici del nostro Paese, affidati dai diversi Governi nostrani a Invitalia. Facendo incrinare paurosamente il prestigio aziendale e la fiducia fin qui riposta sulle strategie manageriali poste in essere da Arcuri e dal suo staff di consulenti e tecnici.

 

 

Tra l’altro, da napoletani e più ancora da meridionali non possiamo tacere che gli ulteriori progetti e obiettivi strategici affidati più recentemente dal Governo ad Arcuri e Invitalia per il nostro Mezzogiorno sono, allo stato, assolutamente e colpevolmente fermi. Ci riferiamo al tanto osannato e apprezzato affidamento della bonifica dei suoli ex Italsider e dei progetti di riconversione economica in chiave turistica e ambientale delle aree di “RILEVANTE INTERESSE NAZIONALE” di Coroglio-Bagnoli, ove nemmeno un secchiello da spiaggia di materiali inquinanti é stato rimosso da Invitalia sin ora. Tanto a partire dalla ratifica ufficiale dell’accordo di affidamento dei lavori sottoscritto da Invitalia con Governo, Regione Campania e Comune di Napoli il 18 Luglio del 2017. Lavori complessi e molto differenziati per tipologia di interventi, che avrebbero dovuto essere completati entro il 2024. Cosa praticamente impossibile se é vero come é vero che tutte le attività operative sono praticamente al palo. Aggiungendo ritardi su ritardi sulla strada tortuosa del rilancio e riuso di un’area di pregio ambientale e naturalistico che non ha eguali nel nostro Paese e che, al contrario e ancora una volta, disattende speranze e aspettative di quanti avevano salutato l’intervento diretto dello Stato, per il tramite di Invitalia, come la risoluzione di tutti i ritardi, le ruberie, l’incompetenza e la strafottenza degli Enti Locali territoriali negli ultimi 30 anni, inutilmente e impunemente trascorsi. E come se non bastasse Bagnoli, ecco Invitalia e il suo Manager d’assalto accettare, ancor più recentemente, anche l’impegno altrettanto gravoso di bonifica, risanamento ambientale e rilancio produttivo in chiave eco-sostenibile di un’altra area strategica del nostro mezzogiorno: il Polo Siderurgico ex Ilva di Taranto.

(L’ARTICOLO CONTINUA NELLA EDIZIONE DI CAMPO SUD DI LUNEDI 1° MARZO)