3 DICEMBRE 1979: a 41 anni dalla scomparsa, Napoli sembra aver dimenticato il Vomerese Alighiero Noschese, attore e caratterista di grande levatura!

Quarant’anni e oltre sono un tempo largamente sufficiente per concepire di onorare il ricordo di una persona che tanto ha dato, ma sono altrettanto sufficientemente disonorevoli se trascorsi nel silenzio e nell’indifferenza.
È quanto accade a Napoli, che nonostante i proclami di quella politica comunale e regionale che esprimono sempre più ed esclusivamente demagogia (vedasi l’attenzione massima riservata a Maradona) si conferma tristemente ingrata verso i suoi concittadini illustri, quelli che su ogni sorriso e risata hanno impresso un marchio di fabbrica universale: NAPOLI.
È il triste caso di Alighiero Noschese, comico, caratterista, attore, showman e non  soltanto fine imitatore, dimenticato in primis della sua città natale, nel cui quartiere, il Vomero nacque 87 anni fa e che a distanza di più di 40 anni dalla sua morte se non l’ha dimenticato, sicuramente non l’ha mai onorato.
Un vero genio dell’imitazione che riusciva a carpire l’anima, prima ancora che la voce dei propri personaggi. Un pioniere, come nessuno prima di lui, che riuscì a sdoganare la satira politica imitando magistralmente i big dei partiti nazionali, al punto che era lo stesso Noschese a “consacrare” i politici nostrani che, senza la sua parodia, rimanevano sconosciuti al grande pubblico.
Un talento purissimo, quando era ancora un semplice studente, tanto da sostenere ben due interi esami universitari imitando la voce di Giovanni Leone, su richiesta del diretto interessato, suo professore alla facoltà di Giurisprudenza e poi futuro Presidente del Consiglio prima e della Repubblica poi, al cui studio era stato avviato dal padre.
Una carriera che affonda le sue radici nella riproduzione delle voci dei gatti del quartiere fino a guadagnare l’appellativo di “uomo dai mille volti” con il suo centinaio di personaggi nel suo bagaglio di imitazione (96 per l’esattezza come amava inorgoglirsi egli stesso). “Mister Carta Carbone” come solevano definirlo gli addetti ai lavori tanto le sue parodie ricalcavano il vero, “l’amico rassicurante e gioioso degli Italiani” è stato quasi completamente dimenticato da quel pubblico allietato e divertito che, fortunatamente o sfortunatamente, potrebbe ancora essere testimone non passivo.
Nessuna iniziativa da parte del capoluogo partenopeo: non una strada o una piazza dedicata, nessuna rassegna commemorativa, nessuno spettacolo per commemorarne ed onorarne il ricordo o, azione più onorevole, nessuna intitolazione di alcun teatro in città. La stessa che per la sua rinascita punta, investe (ma a questo punto semplicisticamente spende) in cultura (quale?), arte e letteratura.
Diverso, incoraggiante, lodevole, ma non abbastanza sufficiente l’atteggiamento del Comune di San Giorgio a Cremano dove egli è cresciuto che, dopo avergli intitolato un murales (vandalizzato e restaurato) insieme all’altro illustre concittadino Massimo Troisi, nel giorno del 40° anniversario della sua morte ha dedicato un’intera giornata al compianto artista poliedrico. Giornata iniziata con una deposizione di una corona di fiori sulla tomba e seguita da laboratori teatrali finalizzati (finalmente!) alla divulgazione dell’encomiabile lavoro di cui siamo indegni eredi.
E dopo la giornata del ricordo?
Un’artista fragile e sensibile, ferito mortalmente da quel suo impedimento ad esercitare la satira politica in vista del rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse e dal suo matrimonio naufragato con conseguente distacco dalla famiglia. Più ancora che da quel colpo calibro 38 della Smith & Wesson che fu ritrovata in suo possesso nella clinica romana Villa Stuart, dove era ricoverato per curare la depressione. Al di là delle ipotesi che sono circolate in merito al suicidio, ci piace pensare che il “Fregoli delle voci” abbia recuperato la pistola imitando la voce del primario che lo aveva in cura e che gli accordava un permesso per uscire. “Morendo alla sua maniera”, facendo ciò che più gli piaceva e che era la sua stessa vita, insomma. Magari raggiungendo il suo collaboratore paroliere e drammaturgo Dino Verde, altro conterraneo dimenticato, per scrivere e interpretare insieme un altro irriverente testo sulla sua città. Quella Napoli attuale ingrata e indegna di tanto amore dei suoi figli più nobili!