Tra le tante notizie, prevalentemente polemiche, circolate negli ultimi giorni e che hanno riguardato le iniziative del primo cittadino partenopeo, una ha fatto capolino tra quelle diffuse dai media e che meritava una riflessione critica seria.

Si tratta di un progetto di autonomia differenziata per le grandi città Milano, Roma e Napoli che il sindaco Luigi de Magistris si è dato con i due colleghi Beppe Sala e Virginia Raggi, per avviare l’iter per una mini-riforma da concludere entro poco tempo.

In realtà l’idea ha un suo fondamento, infatti, sebbene la problematica delle città metropolitane (enti che dovrebbero essere preposti al governo di funzioni sovraccomunali e alla gestione di un territorio urbanizzato che vada oltre i confini del capoluogo), sia antica, la soluzione cui si è giunti con la Legge Delrio del 2014 – emanata “In attesa della riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione e delle relative norme di attuazione” (sic), riforma costituzionale che avrebbe abolito le province dall’ordinamento – è stata la peggiore che si potesse trovare.

L’approvazione della Legge Delrio fu praticamente imposta da Renzi nell’aprile del 2014 per poter esibire lo scalpo delle province, individuate come enti inutili e fonti di sprechi, prima delle successive elezioni europee. La legge quindi è stata scritta frettolosamente e male. Si è sovrapposta ad altre leggi riguardanti gli enti locali, senza una coerenza, e ha generato confusioni.

L’esito pertanto è stato rovinoso: la riforma costituzionale è stata bocciata dal referendum e sono rimasti degli enti, le province e le città metropolitane, vittime di una riforma incompiuta, con funzioni e compiti ancora importanti (scuole, strade, ambiente), ma senza risorse finanziarie e personale.

In particolare le città metropolitane, previste dalla legge in numero di ben quattordici ( in realtà potrebbero definirsi tali, secondo criteri diffusi a livello internazionale, solo tre o quattro di esse), oggi non hanno un loro ruolo preciso all’interno dell’ordinamento e si distinguono dalle province soprattutto per un maggiore difetto di democrazia, non solo perché i consiglieri, al pari delle province, non sono eletti direttamente dal popolo, ma addirittura perché hanno come capo dell’ente il Sindaco del capoluogo.

Nel caso napoletano, dunque, il Sindaco metropolitano è eletto da meno di un terzo dei cittadini della città metropolitana. Questa situazione genera un’anomalia anche nella gestione “politica” dell’ente, nel senso che il Sindaco non può mai essere sfiduciato, o meglio, se lo fosse, l’alternativa ipotizzabile nel caso di uno stallo del consiglio metropolitano, è che si andrebbe a nuove elezioni per il rinnovo del solo consiglio, mentre il sindaco resterebbe sempre lo stesso.

Questa situazione ha fatto sì che nell’ente metropolitano partenopeo si raggiungesse un cosiddetto accordo istituzionale che coinvolgesse tutte le forze politiche presenti in consiglio (ad eccezione del M5S). Tutti quindi con il sindaco de Magistris che ha distribuito deleghe a quasi tutti i consiglieri. Un “papocchio” politico, criticato da una parte della dirigenza del PD; ignorato, o favorito, da quelli di Forza Italia.

La Città metropolitana di Napoli, in un primo tempo, ha vegetato come gli altri enti coinvolti nella riforma, senza avere risorse disponibili per assolvere alle sue funzioni, poi, a differenza delle altre, ha avuto la possibilità di disporre di ben quattrocento milioni di avanzo che, in virtù di una sentenza della Corte Costituzionale, sono stati resi liberi e non più bloccati da vincoli di spesa.

Il Consiglio metropolitano ha quindi deciso di spendere questo tesoretto finanziando per una parte le funzioni fondamentali dell’Ente, ma per la gran parte finanziando dei progetti presentati dai comuni dell’area che fossero in linea con un “piano strategico” in realtà mai definito ed approvato.

Senza entrare nel merito dell’utilizzo del tesoretto, c’è da evidenziare che con risorse importanti l’ente metropolitano ha, nel bene o nel male, avuto un ruolo importante sul territorio e ciò ha fatto avere apprezzamenti all’amministrazione de Magistris da parte dei sindaci dell’area.

Il tesoretto quest’anno non vi sarà, o perlomeno non nella dimensione di quello distribuito, e ciò confermerà che senza una riforma che dia anche risorse, l’ente sarà destinato a ritornare a vegetare.

Occorre quindi un ripensamento complessivo del ruolo degli enti locali, anche in chiave di una maggiore autonomia degli stessi, discorso che si era avviato con il precedente governo, ma che ora sembra essersi arenato. Ruolo che non potrà certo essere quello di distribuire a pioggia risorse, ma che impegni efficacemente l’ente ad una corretta gestione di funzioni che per loro natura, possono essere svolte solo da un ente sovracomunale.

Purtroppo vi sono segnali di una mancanza di volontà da parte dell’attuale Governo di affrontare seriamente la tematica. Infatti, recentemente, è stata impugnata dinanzi alla Corte Costituzionale una legge regionale della Sardegna in quanto “La previsione dell’elezione diretta dei consigli e presidenti provinciali cozza con la cosiddetta legge Delrio, che ha introdotto l’elezione di secondo grado degli organi provinciali e “le cui disposizioni, ai sensi della giurisprudenza costituzionale, valgono come principi di grande riforma economica e sociale”.

L’ipocrisia, dopo la riduzione dei parlamentari, continua. Speriamo che, nonostante le giuste rivendicazioni,  non siano i sindaci delle tre città a peggiorare la situazione.