Sabato trenta novembre Napoli è stata protagonista di una giornata politicamente intensa che ha visto due mondi affrontarsi seppur a debita distanza, ciascuno ribadendo con orgoglio il proprio modo di fare, le proprie idee, la propria dignità e che marca ancora una volta una enorme differenza di approccio e di visione della città partenopea.

Da un lato a piazza Dante scende in strada il movimento delle “sardine”, non protestano per chiedere di risolvere le annose problematiche che da decenni affogano la nostra città, non una parola contro la camorra, contro la crisi dei rifiuti o per chiedere risposte alla problematica della mancanza di lavoro nonostante la disoccupazione giovanile abbia raggiunto il picco del 60%. Si manifesta contro la lega, il partito che è all’opposizione nel governo centrale e che non ha mai gestito alcun potere a livello territoriale. Fin da subito è chiaro che come a Bologna e nelle altre città dove si è svolta tipologia di manifestazione di spontaneo, genuino, apolitico ed apartitico c’è poco o nulla visto che proprio tra gli organizzatori c’è chi ha un legame diretto, ed un passato di vicinanza, se non attiva militanza, a partiti di sinistra come il pd, articolo uno, e ad associazioni universitarie e centri sociali di chiara matrice rossa. Sulla falsa riga quindi delle sardine emiliane, che già hanno sposato apertamente la causa del candidato presidente Bonaccini, rinunciando di fatto in partenza alla volontà di essere un movimento inclusivo e trasversale, la pizza partenopea ha ricevuto il plauso del sindaco De Magistris ed ha visto in piazza personaggi  noti della politica come Antonio Bassolino  ex deputato, ex sindaco di Napoli, ex Ministro del lavoro e della previdenza sociale, ex presidente della Regione Campania, insomma di certo non un neofita della politica, e che sicuramente ha maggiori responsabilità nei confronti dei manifestanti rispetto a Matteo Salvini.

Per stessa definizione dei proprio fondatori, il movimento non ha un programma politico definito, non c’è un idea reale di politica o di sviluppo territoriale, l’unico collante dei circa seimila manifestanti che si sono radunati a piazza Dante è l’odio contro quelle che definiscono le destre razziste, xenofobe, populiste , quelle stesse destre che da  più di un anno vincono democraticamente qualsiasi competizione elettorali dimostrando credibilità e affidabilità per milioni di elettori, che secondo i sedicenti manifestanti evidentemente sono vittime di un raggiro, masochisti o nel migliore dei casi troppo ignoranti o stupidi per prendere una scelta giusta. Il bersaglio principale è sicuramente il segretario federale della lega Matteo Salvini, e dei suoi tanti seguaci, che crescono giorno dopo giorno nel numero e nella convinzione che un’altra Italia sia possibile, e per questo la piazza è teatro di pernacchie, offese personali, minacce ed epiteti di certo non lusinghieri e non consoni al dibattito politico che per quanto acceso deve mantenere una sua dignità. Il successo e l’entusiasmo sbandierato sui social da parte dei partecipanti è incontenibile, anche se a riflettere bene ci si poteva aspettare una maggiore affluenza, Napoli e provincia contano più di tre milioni di abitanti e se si dovesse fare un paragone con le piazze che ultimamente ha riempito il centro-destra sarebbe impietoso per il movimento di protesta, basti pensare che a piazza San Giovanni più di centomila persone chiedevano pacificamente che venissero indette elezioni e si riconsegnasse lo scettro del potere al suo unico vero e legittimo detentore: il popolo. Questo movimento che fa della pars destruens improduttiva il proprio collante, che bolla chiunque   la pensi diversamente come fascista, che rappresenta sotto nomi, slogan e simboli diversi nient’altro che il solito vecchio mondo della sinistra, intransigente ed intellettualmente arrogante che si rivede ancora in “bella ciao” cantata con i pugni chiusi orgogliosamente rivolti al cielo. Fa da controparte l’evento organizzato dalla lega giovani Napoli all’Hotel Mediterraneo intitolato: Tax young come influisce l’oppressione fiscale sull’occupazione giovanile. In un clima di proficuo e libero scambio di opinioni si è discusso con politici come l’onorevole Gianluca Cantalamessa, membri della società civile ed imprenditori come Pasquale della Pia giuristi come Paolo Lista e tanti altri su come far decollare il mezzogiorno proprio partendo dai giovani, i quali devono essere messi in condizione di fare impresa, di trovare impiego e di contribuire allo sviluppo della propria terra senza essere costretti a fuggire all’estero. L’idea che esce chiara è granitica, l’unica soluzione possibile a questa crisi è l’abbassamento delle tasse, magari con una tassa unica e piatta che possa incentivare la crescita delle aziende e le nuove assunzioni, creare lavoro, distribuire ricchezza e rimettere in marcia un intero paese. Ecco quindi che, ancora una volta, si denota una distanza incolmabile, da un lato chi fa della protesta, del contrasto sterile e dell’odio per l’avversario politico la propria forza ed il proprio collante, e chi mosso dall’amore incondizionato per la sua terra e dalla speranza di poter risollevare il proprio territorio mette in gioco idee, cuore, passione e competenza cercando di trovare delle soluzioni concrete ed applicabili per costruire un futuro dignitoso, stabile e sicuro.