Il centro storico di Napoli era afflitto da un fenomeno comune a tante città di grandi dimensioni e che causava la lenta agonia di zone una volta piene di vita, nelle quali si svolgevano le attività più importanti della città, ma anche una vita di relazione che coinvolgeva tutti i ceti sociali. Napoli, in particolare, aveva un centro storico senza divisioni di classi, dove si armonizzavano i vari rapporti sociali.

Gli edifici che prima erano destinati alle più diverse classi sociali, sono stati sempre più adibiti ad uffici, centri commerciali, abitazioni di lusso. Le scuole elementari hanno avuto difficoltà a completare le classi per carenza di alunni.

Il fenomeno è comune a livello mondiale, per la verità, e ha visto, nel corso degli anni, le popolazioni prima allontanarsi dal centro per poi, con un’inversione di tendenza, ritornare nei centri urbani che nel frattempo non erano più del popolo, ma solo della borghesia professionale. Nel migliore dei casi i centri storici diventavano una specie di museo a cielo aperto.

Il nostro centro storico, in particolare quello antico, museo a cielo aperto, abbandonato al suo destino, senza cura e senza sicurezza per i turisti che vi vagano, ha preso anch’esso questa tendenza. L’aumento del flusso turistico, in compenso, sta trasformando quello che era un centro vissuto in un’enorme friggitoria, pronta a soddisfare un turismo di massa che, in maniera incontrollata, invade le stradine e i vicoli.

L’aumento del turismo (fenomeno certamente da non attribuire all’attuale amministrazione, ma determinato da fattori esterni e, comunque, comune a tutta l’Italia) è certamente un’occasione per l’economia della città, ma ciò non può giustificare i danni all’”anima” del centro antico, sempre più spopolato da residenti.

Del resto lo spopolamento del centro di Napoli è stata una precisa strategia delle amministrazioni di sinistra che coscientemente hanno inteso dissolvere quel tessuto sociale ricco di umanità e legato alle proprie tradizioni, favorendo, o in alcuni casi costringendo, l’allontanamento delle popolazioni dal centro verso le periferie, disperdendo così la ricchezza dei rapporti tra gli individui che caratterizzava gli abitanti del centro della città.

Il fenomeno è iniziato con l’amministrazione Valenzi, subendo un’accelerazione con il terremoto del 1980 e con la sciagurata creazione di quartieri ai margini, come quello di Scampia. Tutto ciò rispondeva anche ad una logica politica precisa: estirpare le popolazioni dal centro significava avere masse da modellare. Ricordo che all’epoca, nei quartieri periferici, tipo appunto Scampia, non c’erano farmacie, uffici postali ed altri servizi, ma in compenso erano presenti e funzionanti le case del popolo e le sezioni del PCI.

In realtà, l’intento della sinistra di modellare generazioni future indottrinate nelle sedi del PCI, fallì per il fallimento del comunismo con il crollo del muro di Berlino. La perdita della ricchezza dei rapporti e il mancato “indottrinamento ed inquadramento” della sinistra, crearono un mostro ancor più pericoloso: generazioni senza alcun tipo di valori e punti di riferimento. I giovani cresciuti nei nuovi quartieri periferici creavano nuovi modelli ai quali richiamarsi, modelli che, purtroppo, in molti casi, erano quelli del facile guadagno e che hanno forgiato giovani e spietati camorristi.

Il Centro di Napoli è stato quindi spogliato di gran parte della sua popolazione la quale, lasciando i luoghi nei quali ha vissuto, ha favorito due fenomeni che hanno proceduto di pari passo: la creazione di periferie abbandonate e la trasformazione del centro storico in un luogo che possiamo definire “periferia centrale” e che solo ultimamente ha ritrovato, direi solo in maniera spontanea, una forma di sopravvivenza alimentata dalle attività legate al turismo.

Altra attività che si sta sviluppando nel centro cittadino, favorito, coccolato e voluto dall’attuale amministrazione, è quello legato alla movida. Un fenomeno che solo in apparenza sembrerebbe portare vita e sviluppo economico al centro cittadino, ma che in realtà, al contrario, sta favorendo il depauperamento del valore degli immobili e l’allontanamento dei residenti che, oramai, come dimostra la quotidiana cronaca cittadina, non sopportano più il fenomeno che sempre di più diventa incontrollato.

Chi in futuro si candiderà a governare Napoli non potrà non considerare il problema. Non bastano friggitorie e baretti per far crescere e vivere una città, occorre che vi sia una popolazione che senta sua il centro, che lo viva e lo preservi.