Centro Storico e periferie. La sfida del 21° secolo

di #nam

L’espansione delle periferie (urbane e extraurbane) ha coinciso con lo spopolamento del centro. Si tratta di un fenomeno piuttosto conosciuto: il centro storico e i quartieri limitrofi diventano sempre più appetibili per attività terziarie (turismo, uffici e altri servizi). Contemporaneamente, cresce il numero di abitanti che si riversa nelle aree periferiche e nei comuni vicini. Tutti territori che vengono inglobati nell’area metropolitana.

Una delle sfide dei prossimi anni (non solo per l’Italia) sarà come gestire l’espansione delle aree metropolitane. La questione è complessa sotto diversi punti di vista, e investe temi come il consumo di suolo, la qualità abitativa, il trasporto pubblico e i servizi. Più in generale riguarda i diritti di cittadinanza di chi vive lontano dai centri dei grandi agglomerati urbani. Perciò, per comprendere quanto una società sia davvero integrata, il tema da monitorare nei prossimi anni sarà la presenza e l’accessibilità dei servizi nelle aree periferiche.

In pochi chilometri quadrati, le aree metropolitane possono racchiudere molte contraddizioni. Una di queste è la differenza in servizi e trasporti tra centro e periferie. La presenza dei servizi sul territorio è una delle variabili chiave per il contrasto all’esclusione sociale. Questo è vero anche per l’Italia, un paese fortemente disomogeneo sia per conformazione territoriale, sia dal punto di vista sociale e culturale. Differenze geografiche, come quelle tra aree montane, rurali e urbane. Economiche, tra zone del paese che crescono e altre in difficoltà. E ancora sociali, tra aree integrate e altre dove è più forte il disagio sociale. Disparità che, quando si sovrappongono, possono avere conseguenze negative sulla qualità della vita di chi vive nelle zone più a rischio.

A fronte di questa disomogeneità, è importante che le politiche pubbliche vadano nella direzione di contrastare i fattori di esclusione sociale. Una missione che è stabilita dallo stesso articolo 3 della Costituzione:

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Le città metropolitane racchiudono molte di queste contraddizioni in relativamente pochi chilometri quadrati, in particolare nel rapporto tra centro e periferie. Per questo una delle prime variabili da valutare è che la presenza di servizi sia diffusa in modo equilibrato tra le diverse zone, e soprattutto che questi siano raggiungibili. In caso contrario, la stessa città finisce con l’ospitare una maggioranza di persone che hanno difficoltà nell’accedere ai servizi.

La crescita delle periferie urbane, se non regolata, porta alla creazione di quartieri estesi con pochi servizi. I dati elaborati da Istat  lo evidenziano chiaramente.

Per quasi tutti i servizi presi in considerazione, i cittadini delle periferie indicano una maggiore difficoltà di accesso. Il 60% delle famiglie che abitano nelle periferie dichiara difficoltà nel raggiungere il pronto soccorso (contro il 47% del centro), il 19% le farmacie (12,6% nel centro), oltre il 20% mercati, supermercati e negozi di alimentari, oltre il 27% le poste. Vengono ritenuti più raggiungibili rispetto al centro gli uffici comunali, ma comunque dichiara difficoltà nell’accedervi oltre il 30% delle famiglie.

Una difficoltà di accesso ai servizi, per gli abitanti delle periferie, che si può spiegare anche con la carenza di un ulteriore servizio: il trasporto pubblico locale. Sono ancora i dati Istat a indicarlo.

Il lavoro svolto da Istat ha evidenziato anche la relazione tra alta disoccupazione e bassa scolarizzazione nelle grandi città italiane. I quartieri con meno diplomati e laureati tendenzialmente sono anche quelli che soffrono di più la mancanza di lavoro. Ciò è vero, indipendentemente dalla collocazione geografica, nelle 3 maggiori città italiane: Roma, Milano, Napoli

Infatti, le persone con i titoli di studio più bassi hanno un rischio maggiore di essere disoccupate e i loro guadagni sono più bassi. Tali disparità nei risultati del mercato del lavoro possono aggravare le disuguaglianze nella società.

Una spirale che quindi va nella direzione di inasprire le contraddizioni già presenti su un territorio, rendendo più difficile l’uscita da una condizione di disagio sociale. Infatti i dati Istat indicano anche una relazione tra povertà familiare e titolo di studio della persona di riferimento della famiglia.

Queste contraddizioni possono diventare particolarmente stridenti quando si concentrano in pochi chilometri quadrati.

A Napoli il tasso di disoccupazione registrato in occasione dell’ultimo censimento era il 27,8%, mentre la percentuale di adulti con diploma o laurea si trovava al 49,4%. Tra le cinque aree con la disoccupazione più alta troviamo Scampia (46,9%), Piscinola e San Pietro a Patierno (entrambe al 44,3%), Miano (43,2%) e Secondigliano (39,5%). Anche nel caso della città partenopea queste stesse zone ricorrono tra quelle con la minore percentuale di diplomati e laureati.                                                                                  Quindi l’assunzione per cui il problema della mancanza di lavoro e quello della bassa scolarizzazione sarebbero associati appare tendenzialmente verificabile anche nelle tre grandi città metropolitane italiane. Se istruzione e occupazione vanno di pari passo, i quartieri più fragili su un piano sono generalmente più fragili anche sull’altro.